Il Cretto

Il Grande Cretto di Alberto Burri è una delle opere più intense attraverso cui Gibellina racconta la propria storia. Non si trova nella città nuova, ma sul luogo della Gibellina distrutta dal terremoto del 1968: là dove un tempo c’erano case, strade, soglie, vite quotidiane. Burri non ricostruisce il paese perduto, né lo rappresenta. Lo ricopre e lo trasforma in una grande superficie bianca, attraversata da fenditure che ripercorrono idealmente l’antico tracciato urbano.

L’opera nasce dal dialogo con Ludovico Corrao e dal più ampio progetto di rinascita culturale della città. Dopo il terremoto, Corrao non immaginò Gibellina soltanto come un nuovo centro abitato, ma come un luogo in cui arte, architettura e spazio pubblico potessero contribuire a restituire identità a una comunità ferita. Quando Burri arrivò a Gibellina, però, non scelse di aggiungere un’opera alla città nuova. Di fronte a un contesto urbano già attraversato da architetture, sculture e interventi contemporanei, sentì che il suo lavoro doveva nascere altrove: nel luogo in cui la perdita era ancora presente, tra i ruderi della città antica.

Secondo il racconto della genesi dell’opera, Burri chiese di vedere la vecchia Gibellina. Fu davanti alle macerie, al tramonto, che individuò il senso del suo intervento: non costruire un monumento celebrativo, ma trasformare il paese distrutto in una forma capace di conservarne la memoria. L’idea era radicale e insieme essenziale: compattare le macerie, consolidarle, contenerle attraverso strutture di rinforzo e rete metallica, per poi ricoprirle con cemento bianco. Da quella materia non nasceva una nuova città, ma un grande cretto: una superficie fratturata, attraversabile, sospesa tra scultura, architettura e paesaggio.

Il Grande Cretto occupa un’area rettangolare di circa 270 per 310 metri, per una superficie complessiva di circa 86.000 metri quadrati, pari a quasi 12 ettari. È composto da 122 grandi blocchi, chiamati anche “isole”, alti circa 1,60 metri. Le fenditure che li separano non sono semplici tagli nella materia: diventano percorsi pedonali, corridoi stretti e silenziosi che in parte ricalcano le vie dell’antico abitato e in parte sono stati tracciati da Burri per dare all’opera un andamento labirintico.

Vista dall’alto, l’opera appare come una grande mappa bianca, una trama di pieni e vuoti adagiata sulla collina. Da vicino, invece, il Cretto cambia natura: non è più soltanto immagine, ma esperienza fisica. Si entra tra i blocchi, si cammina lungo le fratture, si percepiscono la scala dei muri, la luce che scivola sul cemento, l’ombra dei passaggi, il silenzio del paesaggio circostante. L’antica città non è visibile come rovina archeologica: è inglobata dentro l’opera, custodita sotto la sua superficie.

I lavori iniziarono nell’agosto del 1985 e furono interrotti nel dicembre del 1989. Dopo una lunga sospensione, il cantiere riprese nel 2013 e si concluse nel maggio del 2015, portando a compimento il progetto così come Burri lo aveva concepito. Questa lunga durata appartiene alla storia stessa dell’opera: il Grande Cretto non è soltanto il risultato di un gesto artistico, ma anche di un processo di costruzione, attesa, completamento e cura.

Il linguaggio dell’opera riprende una delle ricerche più riconoscibili di Burri: i cretti, superfici segnate da spaccature che ricordano la terra arsa, la pelle screpolata, la materia sottoposta al tempo. A Gibellina, però, quel linguaggio cambia scala. Non riguarda più la superficie di un quadro, ma un intero luogo. La crepa diventa strada, il cemento diventa paesaggio, la materia diventa memoria urbana.

Il Grande Cretto non cancella la tragedia e non ricostruisce ciò che è andato perduto. Conserva le macerie dentro una forma nuova, trasformando l’assenza in uno spazio da attraversare. Per questo visitarlo significa comprendere una delle intuizioni più profonde di Gibellina: qui l’arte non è separata dalla storia, ma diventa un modo per darle forma, per abitarla con lo sguardo e con il passo.

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